Le strade di Minneapolis Oh our Minneapolis, I hear your voice Singing through the bloody mist We'll take our stand for this land And the stranger in our midst Here in our home they killed and roamed In the winter of '26 We'll remember the names of those who died On the streets of Minneapolis Il 4 maggio 1970 durante una pacifica manifestazione di studenti della Kent State University in Ohio, sebbene non autorizzata, contro il coinvolgimento degli Stati Uniti in Cambogia, cosa che allargava il conflitto già in corso da anni nel Vietnam, membri della Guardia Nazionale dell’Ohio aprirono il fuoco contro gli studenti. Nella breve raffica – durata circa 13 secondi – furono sparati tra i 61 e i 67 colpi. Quattro studenti furono uccisi: Jeffrey Miller, Allison Krause, William Schroeder e Sandra Scheuer. Neil Young sulla copertina di Life vide una foto di uno dei ragazzi uccisi, steso a terra mentre una ragazza chiede aiuto. Scioccato e indignato per quanto e...
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Polvere e chitarre. Dagli Uncle Tupelo ai Golden Smog Prendi un disco a caso e ne viene fuori un altro, poi un altro ancora, come le ciliegie. Sono le meraviglie che hai dimenticato nell’armadio a prendere polvere. Il bello della musica è che puoi tornare sempre indietro e riscoprire quelle cose che ti avevano fatto balzare il cuore, che ti facevano commuovere, saltare, ballare. Erano lì ad aspettarti, stupido, non se ne sono mai andate. Sei tu che sei invecchiato e non hai più un cuore che batte. Allora, potevamo dire che il rock non era finito. Era emozionante in quegli anni 90 quanta musica fresca e piena di vita arrivasse dalla provincia, dall’anonimato, quanta emozione, quanta consolazione. E ti ritrovi a rimpiangere quei momenti, a chiederti dove sia finito tutto, perché oggi non è più così. Mentre tutti guardavano Seattle e il Britpop, in mezzo al nulla tra Minneapolis, Los Angeles e il North Carolina nasceva l'altra rivoluzione: l'alt-country / ...
Here comes the story of the Hurricane Fine novembre 1975: la Columbia Records pubblica uno strano oggetto, un 45 giri con una canzone sola divisa in due parti. Per forza: Hurricane, questo è il titolo, dura più di otto minuti. Dedicata all’ex pugile Rubin Hurricane Carter, in carcere per omicidio, è il ritorno a sorpresa di Bob Dylan alla canzone di protesta. Di più: è un viscerale, incazzatissimo, feroce atto di accusa a tutto il sistema giudiziario americano. Sarà il brano di punta del disco Desire che uscirà il 5 gennaio 1976. “Bob non era sicuro di riuscire a scrivere una canzone [su Hurricane]”, disse Jacques Levy co autore del brano e di quasi tutti quelli compresi nel disco. “Penso che il primo passo sia stato mettere la canzone in una modalità narrativa totale. Non ricordo di chi sia stata l’idea. Ma davvero, l’inizio della canzone è come delle indicazioni di scena, come quelle che si leggono in una sceneggiatura: ‘Scoppiano colpi di pistola in un bar… Ecco la stori...
Un omicidio oltremodo efferato Una canzone che esprime la follia che mina l’esperienza americana e il tonico che la può correggere Il 27 marzo 2020, quando la pandemia da Corona Virus si era ormai diffusa nel mondo causando migliaia di vittime e costringendo la gente a stare chiusa a casa per evitare contatti, Bob Dylan pubblicò in modo inaspettato una canzone lunga ben 17 minuti (la più lunga della sua carriera) intitolata Murder most foul. Il titolo citava direttamente Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5), dove il fantasma del re parla del suo assassinio come “murder most foul” (un delitto efferato, strano e innaturale). Era un monologo ipnotico, quasi recitato, accompagnato da piano, contrabbasso e percussioni leggere quasi spoglio di accompagnamento musicale e linea melodica. Nonostante questo, fu la prima canzone di Bob Dylan a esordire al numero uno della classifica di Billboard. Il cantante americano, unico ad aver mai vinto il Premio ...
I've always been a dreamer La lunga corsa degli Eagles “Non siete un gruppo rock. Gli Who sono un gruppo rock”. Con questa frase lapidaria Glyn Johns — il produttore dietro a Rolling Stones, Who, Clapton, Beatles, Faces e decine di altre leggende — gelò gli Eagles mentre cercavano di impostare il loro terzo album. Johns aveva già firmato l’esordio e il secondo disco della band, ma stavolta il feeling non c’era. I californiani volevano una svolta più dura, più rock. Lui non li vedeva né rock né country. Per Johns esistevano solo “gli Eagles”, una categoria a parte. Il rapporto difficile con il pubblico, invece, è diventato iconico grazie al Grande Lebowski . Il Drugo, in taxi, sente una canzone degli Eagles alla radio e chiede all’autista di cambiare: “Man, come on, I had a rough night and I hate the fuckin' Eagles”. La reazione è surreale: il tassista si offende, ferma la corsa e lo scarica in mezzo alla strada. In sala, molti spettatori hanno applaudito. Perché quasi tutti o...
The Ground Above “Il tempo lineare non ha posto nella musica. Mi ritrovo a cercare di spianare la mia mente come fosse una mappa, per mostrare dove tutto abbia avuto inizio. Potrei passare un'eternità a scrivere annotazioni ai margini, appunti per me stessa, ritrovando reperti archeologici, strati di terra e di magia, le stratificazioni dell'amore, del dolore e della gioia in rapporto al tempo: tutto ciò che contribuisce all'architettura di una canzone. Ciò che mi ha tenuta in vita è stata un'indomita invincibilità , selvaggia e istintiva, che mi ha fatto attraversare l'esistenza come una forza inarrestabile, sospinta da un magnetismo simile a quello di un sogno di volo, che non permette al tempo di afferrarmi per le caviglie e raggiungermi. Il dolore del lutto mi ha spinta a dire sì alla vita, ad abbracciarla, assaporarla e divorarla. So che la vita può essere tanto priva di senso quanto colma di significato, nella misura in cui sono io a conferirglielo. Ho volu...
Un vento idiota e una dura pioggia Quel piccolo poster, omaggio di Ciao 2001 , avrebbe regnato per anni sul muro della mia camera. Il volto di un criminale, di un drogato. Uno sguardo impossibile da sostenere, che da qualunque angolo ti girassi continuava a inseguirti. Foto in bianco e nero virata su un verde marcio. Occhi cerchiati di nero, scavati, inquisitori. Capelli lunghi, faccia cadaverica, bianca come quella di un tossico. Erano gli anni Settanta e il trucco glam andava di moda, ma quel Bob Dylan non era un clown. Era implacabile. La cocaina gli usciva dalle orbite. Quella foto era il mio confine, il muro che mi separava da mia madre - mio padre in camera mia non entrava mai - e dai miei fratelli. Metà settembre, cinquant'anni fa. Le radio libere annunciano un nuovo disco di Bob Dylan, e sarà dal vivo. Passano in continuazione un pezzo del disco che uscirà il 10 settembre in Italia. Io non capisco che canzone sia, per qualche ragione mi sembra Chimes of Freedom . È un pezzo...
Cose strane che ho visto La favola di Anne Briggs C’è chi sceglie la vita e chi la morte. Anzi, esse accadono a nostra insaputa. Accadono a chi, pur non essendosi mai incontrato di persona, condivide gli stessi demoni, le stesse passioni, lo stesso amore smisurato per la musica. A chi condivide quell’indefinibile malessere tipicamente British, fatto di fantasmi, di tristezze probabilmente indotte dal clima sempre grigio e funesto dei cieli anglosassoni, di dubbi su se stessi e sul senso della propria esistenza. Anne Briggs e Nick Drake condividevano lo stesso amore per la musica folk, entrambi odiavano apparire in pubblico, ma se la prima odiava anche qualunque possibilità di successo, il secondo ne fu travolto dalla mancanza in modo così forte da ammalarsi senza possibilità di uscirne fuori. Chissà se, nelle stradine di Soho di fine anni ’60, nei club che entrambi frequentavano o nelle serate a casa di appassionati di musica folk, i due si erano mai incontra...
I GIORNI DI GLORIA DI NEIL YOUNG Per noi ragazzi degli anni 70 Decade era più che il Sacro Graal. Era la Bibbia, in anticipo su quello che poi diventerà un trend a cui, anche artisti poco conosciuti e meritevoli, tutti avrebbero pagato pegno. Neil Young nel 1977 pubblicava quello che in futuro sarebbe stato un boxset retrospettivo.Tre vinili contenenti il meglio della sua carriera fino a quel punto, diversi brani inediti, una bellissima confezione, un ricco booklet illustrato con note scritte (letteralmente) a mano di commento da parte dell’artista. Che cosa si poteva voler di più per tutti coloro - e allora eravamo tanti - che amavano il cosiddetto West Coast Sound e il Loner per eccellenza, il cantautore canadese trasferitosi in California? Certo, il prezzo non era alla portata di noi ragazzi che già facevamo a mettere insieme le lire che aumentavano ogni mese per acquistare un disco. Ricordo che del mio giro di amici solo una ragazza lo aveva acquistato. Noi facevano la fila a...
Dalle lamette all’Hallelujah: Leonard Cohen negli anni dell’ombra e della luce "Ci demmo appuntamento per ascoltare le sue nuove canzoni. Mi aspettavo che, come l’altra volta, Cohen si sarebbe presentato con la sua vecchia chitarra spagnola, con cui aveva sempre inciso i suoi dischi. Invece rimasi sbalordito: con sé aveva una piccola tastiera elettronica Casio." Così racconta John Lissauer l’inizio di una nuova era, quel giorno del 1983 in cui Leonard Cohen gli chiese di produrre il suo nuovo disco. Lissauer non era uno qualunque. Era colui che nel 1974 aveva orchestrato New Skin for the Old Ceremony , il primo vero tentativo del cantautore canadese di circondarsi di un ensemble, di un suono più ricco, più profondo, più orchestrato. Prima di allora, le produzioni di Cohen erano ombre sottili: qualche arco sussurrato, cori femminili eterei, e sopra tutto, la sua voce austera accompagnata da una chitarra maldestra e ostinata. Dischi scuri, spogli, appena accennati. E ne...

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