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Visualizzazione dei post con l'etichetta Bob Dylan
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    Sto cercando di entrare in Paradiso  prima che chiudano le porte Bob Dylan, Unipol Arena, Milano 2 novembre 2026         “Papà voglio venire a vedere Bob Dylan prima che muoia” mi chiede mia figlia 24enne. La maggior parte dei 16mila presenti all’Unipol Arena di Milano sono come lei, nei giorni precedenti il concerto tantissimi amici anche di mezza età mi scrivono “vengo a vedere Bob Dylan non l’ho mai visto prima”. Non si spiegherebbe come mai il suo pubblico sia passato dai 3mila spettatori degli Arcimboldi le ultime volte a 16mila di questa sera.   Bob Dylan è vecchio, molto vecchio, si muove a fatica sul palco, quando i due chitarristi si lanciano negli assolo si siede su uno sgabello, si alza solo quando deve cantare. Eppure è incredibilmente qui. Anni fa in una intervista disse: “Quando mi verrai a cercare quando avrò novant’anni mi troverai su di un palco da qualche parte”. È in missione per conto di Dio, fino all’ultimo respiro, lo tes...
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Un vento idiota e una dura pioggia Quel piccolo poster, omaggio di Ciao 2001 , avrebbe regnato per anni sul muro della mia camera. Il volto di un criminale, di un drogato. Uno sguardo impossibile da sostenere, che da qualunque angolo ti girassi continuava a inseguirti. Foto in bianco e nero virata su un verde marcio. Occhi cerchiati di nero, scavati, inquisitori. Capelli lunghi, faccia cadaverica, bianca come quella di un tossico. Erano gli anni Settanta e il trucco glam andava di moda, ma quel Bob Dylan non era un clown. Era implacabile. La cocaina gli usciva dalle orbite. Quella foto era il mio confine, il muro che mi separava da mia madre - mio padre in camera mia non entrava mai - e dai miei fratelli. Metà settembre, cinquant'anni fa. Le radio libere annunciano un nuovo disco di Bob Dylan, e sarà dal vivo. Passano in continuazione un pezzo del disco che uscirà il 10 settembre in Italia. Io non capisco che canzone sia, per qualche ragione mi sembra Chimes of Freedom . È un pezzo...
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    Un omicidio oltremodo efferato     Una canzone che esprime la follia che mina l’esperienza americana e il tonico che la può correggere   Il 27 marzo 2020, quando la pandemia da Corona Virus si era ormai diffusa nel mondo causando migliaia di vittime e costringendo la gente a stare chiusa a casa per evitare contatti, Bob Dylan pubblicò in modo inaspettato una canzone lunga ben 17 minuti (la più lunga della sua carriera) intitolata Murder most foul.  Il titolo citava direttamente Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5), dove il fantasma del re parla del suo assassinio come “murder most foul” (un delitto efferato, strano e innaturale). Era un monologo ipnotico, quasi recitato, accompagnato da piano, contrabbasso e percussioni leggere quasi spoglio di accompagnamento musicale e linea melodica. Nonostante questo, fu la prima canzone di Bob Dylan a esordire al numero uno della classifica di Billboard. Il cantante americano, unico ad aver mai vinto il Premio ...