Polvere e chitarre. 

Dagli Uncle Tupelo ai Golden Smog

 

 



Prendi un disco a caso e ne viene fuori un altro, poi un altro ancora, come le ciliegie. Sono le meraviglie che hai dimenticato nell’armadio a prendere polvere. Il bello della musica è che puoi tornare sempre indietro e riscoprire quelle cose che ti avevano fatto balzare il cuore, che ti facevano commuovere, saltare, ballare. Erano lì ad aspettarti, stupido, non se ne sono mai andate. Sei tu che sei invecchiato e non hai più un cuore che batte. Allora, potevamo dire che il rock non era finito. Era emozionante in quegli anni 90 quanta musica fresca e piena di vita arrivasse dalla provincia, dall’anonimato, quanta emozione, quanta consolazione. E ti ritrovi a rimpiangere quei momenti, a chiederti dove sia finito tutto, perché oggi non è più così. 
 
Mentre tutti guardavano Seattle e il Britpop, in mezzo al nulla tra Minneapolis, Los Angeles e il North Carolina nasceva l'altra rivoluzione: l'alt-country / No Depression.
Se il grunge era città, fabbrica e disagio, questo era polvere, autostrada, radici. Ma con la stessa etica punk. Ed è per questo che era così bello.
Era il rock che si ricordava da dove veniva.
Tutti questi gruppi condividevano un'idea: prendere la tradizione americana - country, folk, Gram Parsons, Byrds - e suonarla come se fossi cresciuto ascoltando i Replacements e Husker Du. Niente cappelli da cowboy di Nashville, niente virtuosismi. Chitarre jangly, armonie stonate, testi di gente che perde lavori, matrimoni e treni.
La stampa all'epoca la chiamava "insurgent country" o "No Depression" dal disco degli Uncle Tupelo del 1990, che è considerato il blueprint di tutto. 


Green on Red - i padri
Sono prima degli altri. Vengono dal Paisley Underground di Los Angeles anni 80. Con Gas Food Lodging sono citati insieme a Cowboy Junkies come uno dei punti di partenza del genere. Non erano country puro, erano un rock psichedelico sporco che aveva scoperto il deserto. Dan Stuart scriveva come se fosse un beatnik perso in Arizona. Senza di loro non esisterebbero i Jayhawks. 


Uncle Tupelo - la rivoluzione 
Gli Uncle Tupelohanno inventato un genere senza volerlo inventare. Prima di loro c'erano due mondi separati che non si parlavano: da una parte il punk hardcore del Midwest, velocissimo, arrabbiato;  dall'altra il country, considerato roba dei tuoi genitori, reazionario
Jay Farrar e Jeff Tweedy, due ragazzini di Belleville, Illinois, figli di operai, li hanno messi nella stessa stanza nel 1990 con No Depression.
Quel disco è accreditato come il primo a far guadagnare popolarità all'etichetta "alt country" e ha creato il blueprint di tutta la generazione successiva: etica punk, strumentazione acustica jangly e storie operaie raccontabili. 
Hanno detto che potevi amare i Minutemen e allo stesso tempo Hank Williams e la Carter Family, senza essere un poser. I Green on Red e i Jason & the Scorchers avevano acceso il fuoco negli 80. Gli Uncle Tupelo nel 1990 ci hanno costruito sopra la casa, le hanno dato un nome, e ci hanno invitato tutti dentro.


The Jayhawks - l'armonia perfetta
La band di Minneapolis citata tra i pionieri che hanno provato a unire punk e country prima che fosse di moda.
Il loro miracolo è il canto a due voci di Gary Louris e Mark Olson. Hollywood Town Hall (1992) e Tomorrow the Green Grass (1995) sono dischi che sembrano usciti dalla campagna, ma con una malinconia che è tutta anni 90. Se ascolti "Blue" o "Waiting for the Sun" capisci subito perché erano importanti: non è revival, è nostalgia per un posto dove non sei mai stato. È uno dei gruppi più importanti per creare quel suono. 


Whiskeytown - il talento bruciato
La band di Raleigh dove è esploso Ryan Adams a 20 anni. In due dischi, Faithless Street (1995) e soprattutto Strangers Almanac (1997), hanno fatto quello che Nirvana aveva fatto al metal: hanno preso il country e lo hanno reso urgente, ubriaco, giovanissimo. Canzoni come "16 Days" sono folk di una tristezza lacerante, ma suonate con l'energia di chi suona in un garage. Sono la diretta eredità di quella scuola - vengono sempre elencati tra gli eredi di quella rivoluzione insieme a Wilco e Lucinda Williams. 


Golden Smog - la superband del cuore
E qui si chiude il cerchio. Golden Smog erano il supergruppo collettivo dei Jayhawks: Gary Louris, Marc Perlman, Kraig Johnson più Jeff Tweedy dei Wilco, Jody Stephens dei Big Star, Dan Murphy dei Soul Asylum.
Si trovavano quando avevano tempo libero dai loro gruppi principali e facevano dischi per divertirsi, cover, canzoni ubriache, country soul. Weird Tales (1998) è il loro capolavoro. Era l'idea più bella degli anni 90: musicisti famosi che invece di fare un progetto per soldi si ritrovavano in una baita a suonare per amici. 

Mentre il rock mainstream diventava sempre più grande e gonfio - stadi, nu-metal, video da milioni di dollari - questi gruppi sono rimasti piccoli di proposito. Non volevano salvare il rock, volevano salvarsi.
La bellezza stava lì. Era musica adulta ma non cinica. Parlava di divorzi, di traslochi, di tornare a casa, ma senza diventare da cantautore triste. C'era sempre una chitarra elettrica accesa da qualche parte. Era l'America vera, non quella di Hollywood. Non Los Angeles, ma le cittadine di provincia, le radio AM, i motel. In un momento in cui il rock guardava a Londra o a Seattle, loro guardavano a Bakersfield. Ha preparato tutto quello che è venuto dopo. Senza di loro non esisterebbero Wilco, Ryan Adams solista, Fleet Foxes, Phoebe Bridgers, tutta l'Americana di oggi.
Se il grunge era l'urlo di una generazione, l'alt-country dei Jayhawks e Whiskeytown era il giorno dopo l'urlo, quando sei seduto sul bordo del letto e ti chiedi cosa farai adesso.



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