I've always been a dreamer
La lunga corsa degli Eagles



“Non siete un gruppo rock. Gli Who sono un gruppo rock”. Con questa frase lapidaria Glyn Johns — il produttore dietro a Rolling Stones, Who, Clapton, Beatles, Faces e decine di altre leggende — gelò gli Eagles mentre cercavano di impostare il loro terzo album. Johns aveva già firmato l’esordio e il secondo disco della band, ma stavolta il feeling non c’era. I californiani volevano una svolta più dura, più rock. Lui non li vedeva né rock né country. Per Johns esistevano solo “gli Eagles”, una categoria a parte.

Il rapporto difficile con il pubblico, invece, è diventato iconico grazie al Grande Lebowski. Il Drugo, in taxi, sente una canzone degli Eagles alla radio e chiede all’autista di cambiare: “Man, come on, I had a rough night and I hate the fuckin' Eagles”. La reazione è surreale: il tassista si offende, ferma la corsa e lo scarica in mezzo alla strada. In sala, molti spettatori hanno applaudito. Perché quasi tutti odiano gli Eagles?

I motivi sono noti. Perché hanno venduto centinaia di milioni di dischi e tutti odiano chi vende tanti dischi, perché è sinonimo di commerciabilità, di essere dei venduti, a prescindere dalla musica che fai. Perché c’era gente più brava di loro che avrebbe meritato di vendere più di loro, ad esempio Gram Parsons e Gene Clark. Perché erano soft, banali, melliflui, sdolcinati.



Cazzate. Fin dall’esordio gli Eagles erano rock. Basta riascoltare Witchy Woman, con quell’intreccio psichedelico e potente di chitarre e voci. Oppure, nei dischi successivi, i rock’n’roll senza freni di Already Gone e James Dean. Per non parlare del funk di On the Border, che non sfigurerebbe in un disco di Sly Stone.

Con Desperado produssero un autentico concept album dedicato ai fuorilegge del vecchio West, di cui loro, i musicisti rock, si sentivano la reincarnazione: outlaw men.

E no, non erano nemmeno disimpegnati. Tra concerti di beneficenza per i nativi americani e testi densi di riferimenti politici, gli Eagles raccontavano l’America con lucidità. On the Border, oggi, suona come un commento diretto alle violenze dell’ICE:

Never mind your name, just give us your number, mm
Never mind your face, just show us your card, mm
And we wanna know whose wing are you under
You better step to the right or we can make it hard

I'm stuck on the border
All I wanted was some peace of mind
Don't you tell me 'bout your law and order
I'm trying to change this water to wine

Vivevano davvero Life in the Fast Lane: eccessi, successo, droghe, superalcolici e la pressione costante del music business. Una corsa a perdifiato che hanno raccontato meglio di chiunque altro negli anni ’70.

King of Hollywood è un ritratto cinico di un produttore cinematografico e dei meccanismi manipolatori dell’industria dell’intrattenimento. The Sad Cafe è un’elegia per la scena di Los Angeles prima del grande successo, una riflessione su come fama e denaro cambino persone e relazioni. E poi c’è Take It to the Limit, forse il loro vertice emotivo: la storia di un uomo esausto che continua a spingersi oltre, tra solitudine e resistenza. Dentro c’è uno dei versi più belli che abbiano mai scritto:

You know I've always been a dreamer
Spent my life runnin' 'round
And it's so hard to change
Can't seem to settle down
But the dreams I've seen lately
Keep on turning out and burning out
And turning out the same

Tutto questo culmina nel capolavoro claustrofobico Hotel California. Una metafora perfetta della California del Sud come trappola dorata, con un’atmosfera che ricorda Shining:

Mirrors on the ceiling
The pink champagne on ice
And she said, "We are all just prisoners here
Of our own device"
And in the master's chambers
They gathered for the feast
They stab it with their steely knives
But they just can't kill the beast

Last thing I remember
I was running for the door
I had to find the passage back
To the place I was before
"Relax," said the night man
"We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave"

Don Henley si lamentava spesso che la stampa esaltasse Bruce Springsteen perché faceva testi impegnati, a loro differenza. In risposta, Glenn Frey scrisse New Kid in Town, dedicata proprio a Springsteen, con simpatica consapevolezza che il Boss stava per prendere il loro posto.



Infine, un punto chiave spesso dimenticato: gli Eagles non erano un frontman con una band di supporto. Come The Band, erano un collettivo di voci soliste. Bernie Leadon, Randy Meisner, Glenn Frey, Don Henley, Timothy B. Schmit, Joe Walsh: sei personalità forti, sei timbri riconoscibili. La loro forza stava nell’insieme.

Gli Eagles avevano la capacità di fare armonie vocali perfette, tipicamente californiane: le voci a più parti sono uno degli elementi più riconoscibili del gruppo. Certo, nascevano come gruppo country, le loro origini venivano da lì — eccetto Frey, che era di Detroit. Alla fine degli anni ’60 in California tutti amavano la musica country e volevano rielaborarla, dai Flying Burrito Brothers ai Poco: chitarre acustiche, pedal steel guitar e strutture melodiche prese dalla tradizione country americana. Erano abilissimi nel creare arrangiamenti puliti, un suono radiofonico e grande attenzione ai dettagli.

Quando nel 2007 si riunirono per fare il primo disco in studio dal 1980, giocarono con l’ironia su se stessi (Busy Being Fabulous) e la malinconia per un passato svanito del tutto (It’s Your World Now). Ma anche lì infilarono un brano dal forte contenuto politico, Long Road Out of Eden, che parla della guerra in Iraq e dell’America, poliziotto del mondo.

Alla fine però ebbe ragione Glyn Johnes. Il loro primo numero 1 in classifica fu uno dei due brani prodotti da lui che inclusero su On the border. Era Best of my love, la canzone più melensa e soft rock che incisero mai.



Commenti

Mauro Suttora ha detto…
Eccellente come sempre

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