The Ground Above
“Il tempo lineare non ha posto nella musica. Mi ritrovo a cercare di spianare la mia mente come fosse una mappa, per mostrare dove tutto abbia avuto inizio. Potrei passare un'eternità a scrivere annotazioni ai margini, appunti per me stessa, ritrovando reperti archeologici, strati di terra e di magia, le stratificazioni dell'amore, del dolore e della gioia in rapporto al tempo: tutto ciò che contribuisce all'architettura di una canzone.
Ciò che mi ha tenuta in vita è stata un'indomita invincibilità, selvaggia e istintiva, che mi ha fatto attraversare l'esistenza come una forza inarrestabile, sospinta da un magnetismo simile a quello di un sogno di volo, che non permette al tempo di afferrarmi per le caviglie e raggiungermi. Il dolore del lutto mi ha spinta a dire sì alla vita, ad abbracciarla, assaporarla e divorarla. So che la vita può essere tanto priva di senso quanto colma di significato, nella misura in cui sono io a conferirglielo. Ho voluto trasformare parte di tutto questo in un sogno, in una confluenza di significato ed emozione”.
(Beth Orton)
Ci sono artisti che rincorrono il proprio passato e altri che hanno il coraggio di lasciarselo alle spalle. Beth Orton appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da quella ragazza che a metà degli anni Novanta aveva rivoluzionato il folk britannico contaminandolo con l'elettronica della scena londinese – Trailer Park e Central Reservation – è rimasta soprattutto la sincerità. Tutto il resto è cambiato. La scrittura si è fatta più essenziale, la musica più contemplativa, il desiderio di stupire ha lasciato il posto a quello, molto più difficile, di raccontare la vita così com'è.
Beth Orton ha sempre viaggiato, di disco in disco, esplorando sempre aspetti diversi della musica, mantenendosi per un certo periodo ancorata all’amata tradizione folk inglese di fine anni 60, inizio anni 70 fino alla svolta di Kidsticks,un disco di elettronica vagamente dance ma ben lontana dall’elettronica con cui aveva esordito a inizio carriera. Un disco duro, spigoloso, che la allontanava da tutto quello che aveva fatto. Poi, sei anni dopo, con il magnifico Weather alive è diventata una cantante sospesa tra jazz e ambient ed evocazioni spiritiche, tra vita e morte. Una nuova trasfigurazione che l’ha portata a The ground above.
The Ground Above è forse il punto più maturo di questo percorso. È un disco che nasce dall'esperienza, dalle perdite, dagli anni trascorsi a fare pace con il tempo. Non è un album che cerca risposte; preferisce sostare nelle domande. E proprio per questo riesce a toccare corde profonde.
Nelle note che accompagnano il disco, Orton scrive che «il tempo lineare non ha posto nella musica». È un'immagine bellissima, perché descrive perfettamente ciò che accade durante l'ascolto. Le canzoni non seguono una traiettoria precisa: si aprono come ricordi, sogni, frammenti di vita che riaffiorano senza chiedere permesso. L'amore, il lutto, la gioia, la paura convivono nello stesso spazio, come strati di terra che custodiscono storie diverse.
Anche la musica riflette questa libertà. Del folktronica che l'aveva resa una delle artiste più originali della sua generazione resta solo un'eco lontana. Oggi Beth Orton costruisce paesaggi sonori molto più sobri e profondi. Le chitarre acustiche continuano a essere il cuore delle composizioni, ma attorno a loro respirano pianoforte, archi, sintetizzatori appena accennati, texture ambient e percussioni delicate. Ogni strumento entra con discrezione, senza mai rubare la scena, contribuendo a creare un'atmosfera sospesa, quasi fuori dal tempo.
La produzione evita qualsiasi eccesso. Non ci sono effetti inutili né arrangiamenti ridondanti. Ogni nota sembra scelta con pazienza, lasciando che siano il silenzio, gli spazi e le sfumature a parlare. È una musica che non pretende attenzione: la conquista lentamente, invitando l'ascoltatore ad abitarla.
E poi c'è la voce. Quella voce leggermente roca, fragile e fortissima allo stesso tempo, che negli anni ha perso ogni residuo di giovinezza per acquistare qualcosa di molto più prezioso: autorevolezza. Beth Orton oggi canta senza maschere. Non cerca la perfezione, cerca la verità. Ed è proprio nelle piccole incrinature della sua interpretazione che le canzoni trovano la loro forza.
L'impressione è quella di ascoltare un'artista finalmente libera da qualsiasi aspettativa. Se agli esordi guardava verso il futuro, sperimentando con beat elettronici e melodie folk, oggi guarda dentro se stessa. La sperimentazione non è scomparsa: si è fatta più sottile, meno evidente, completamente al servizio delle emozioni.
The Ground Above non è un disco da consumare in fretta. Chiede tempo, silenzio e disponibilità all'ascolto. Ma quando ci si lascia entrare, restituisce molto più di quanto chieda. È un album che parla della capacità di sopravvivere al dolore senza lasciarsi definire da esso, di continuare a scegliere la vita, proprio come scrive Orton: con una forza quasi animale, un'«invincibilità ferale» che spinge ad andare avanti.
In un'epoca in cui tanta musica sembra costruita per essere dimenticata nel giro di poche settimane, Beth Orton realizza un'opera che cresce con ogni ascolto. Un disco intenso, delicato e profondamente umano, che dimostra come la maturità artistica non significhi perdere slancio, ma trovare finalmente una voce capace di dire molto con pochissimo.



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