Le strade di Minneapolis

 

Oh our Minneapolis, I hear your voice

Singing through the bloody mist

We'll take our stand for this land

And the stranger in our midst

Here in our home they killed and roamed

In the winter of '26

We'll remember the names of those who died

On the streets of Minneapolis




 

 

Il 4 maggio 1970 durante una pacifica manifestazione di studenti della Kent State University in Ohio, sebbene non autorizzata, contro il coinvolgimento degli Stati Uniti in Cambogia, cosa che allargava il conflitto già in corso da anni nel Vietnam, membri della Guardia Nazionale dell’Ohio aprirono il fuoco contro gli studenti. Nella breve raffica – durata circa 13 secondi – furono sparati tra i 61 e i 67 colpi. 

Quattro studenti furono uccisi: Jeffrey Miller, Allison Krause, William Schroeder e Sandra Scheuer.

Neil Young sulla copertina di Life vide una foto di uno dei ragazzi uccisi, steso a terra mentre una ragazza chiede aiuto. Scioccato e indignato per quanto era accaduto, scrisse Ohio e la propose subito a Crosby, Stills, Nash. Il brano fu registrato e pubblicato in tempi record nel 1970, cosa rarissima per l’epoca. Il testo è una denuncia diretta e durissima dell’accaduto e punta il dito contro il potere politico, citando esplicitamente Nixon:

“Tin soldiers and Nixon coming…”

Non è una canzone simbolica o astratta: è cronaca, rabbia e lutto, quasi un editoriale musicale. Young non cercò mediazioni: volle che la canzone fosse cruda, urgente, scomoda. La canzone fu boicottata da alcune radio, proprio per il riferimento diretto a Nixon. Nonostante questo, ebbe enorme risonanza e consolidò l’immagine di Neil Young come artista politicamente impegnato e moralmente intransigente. Neil Young trasformò lo shock e la rabbia per Kent State in musica immediata e militante, dando voce a un’intera generazione sconvolta da quella violenza.

 La mattina del 7 gennaio 2026 un agente dell’ICE, Jonathan Ross, spara a Renée Nicole Good, una donna di 37 anni madre di tre figli, mentre si trova nella sua auto durante un’operazione federale di controllo. La donna mette di traverso la sua macchina cercando di ostacolare pacificamente gli agenti, sorride a un poliziotto, gli dice “Va tutto bene, ti voglio bene” e fa per allontanarsi. Secondo vari resoconti, l’agente apre il fuoco attraverso il finestrino mentre l’auto si allontana, colpendola mortalmente. Si sente distintamente e la sua voce dire: “Brutta stronza”. Good, che aveva appena accompagnato suo figlio a scuola e stava tornando a casa, muore poco dopo per le ferite da arma da fuoco.  Inizialmente le autorità federali cercano di giustificare l’azione come auto-difesa, ma i video amatoriali e le testimonianze contestano quella versione e mostrano un agente in piedi che spara più volte.A Minneapolis la gente scende per le strade chiedendo l’allontanamento dell’Ice, i poliziotti anti immigrazione nati nel 2003 in seguito agli attacchi alle Torri Gemelle per controllare l’ingresso di migranti clandestini negli Stati Uniti. Ma adesso l’Ice agisce nelle grandi città americane dando la caccia indiscriminata a chiunque, spesso arrestando innocenti cittadini americani solo perché di colore o latinos. E irrompe con violenza nelle case, strappa ai genitori bambini di 5 anni, rompe i finestrini delle macchine. È autentico terrorismo di stato. I sacerdoti delle comunità latinos chiudono i propri parrocchiani nelle loro chiese per proteggerli dalle aggressioni della polizia, come succedeva ai tempi del nazismo. 

La mattina del 24 gennaio durante un nuovo scontro legato alle attività federali a Minneapolis, un altro agente federale  spara e uccide Alex Jeffrey Pretti, un uomo di 37 anni, mentre si trova in strada e cerca di difendere due donne aggredite da  suoi colleghi. In mano ha solo il suo cellulare, quando gli agenti lo aggrediscono alza le mani. 

Pretti era un infermiere di terapia intensiva e cittadino statunitense, noto anche per aver partecipato alle proteste scatenate dall’uccisione di Good e per aver espresso la sua opposizione all’operato federale nella città. Buttato a terra, si sentono dieci colpi di pistola e Pretti viene ammazzato. I colpi sarebbero venuti da due agenti.

Dal vicepresidente americano al capo dell’Ice, tutti giustificano le due uccisioni come “autodifesa” dalla minaccia armata dei due civili. Non era mai successo che due cittadini bianchi americani venissero uccisi così a sangue freddo per le strade di una grande città. Il sindaco di Minneapolis urla ai microfoni “Chiediamo all’Ice di andarsene fuori del cazzo da Minneapolis”. L’America è sull’orlo di una guerra civile, un caos controllato e voluto dall’amministrazione Trump.



A questo punto, come già successo dopo l’11 settembre 2001 quando la gente per le strade fermava Bruce Springsteen dicendogli che l’America aveva bisogno di lui, il cantante fa quello che Neil Young aveva fatto 56 anni prima. Scrive una canzone: Ho scritto questa canzone sabato,’l’ho registrata ieri e la pubblico oggi in risposta al terrore di Stato che sta colpendo la città di Minneapolis”.

L’America ha sempre bisogno di Bruce Springsteen, la voce più autorevole, indipendente, empatica di quel paese. L’unica in grado di riportare alle coscienze che la società è fatta di individui che hanno bisogno uno dell’altro, che facciano comunità, che vadano oltre ogni barriera di propri interessi meschini.

Streets of Minneapolis è una istant song ma anche una topical song (una canzone che parla di un fatto reale e attuale, legato a un evento specifico del suo tempo), come facevano Bob Dylan e tanti folksinger negli anni 60 dando voce al movimento per i diritti civili, agli ultimi, ai perseguitati dal governo, alle tante persone ammazzate senza che si trovassero die colpevoli. Anche musicalmente Springsteen sceglie l’esempio di Bob Dylan, la voce più autorevole della canzone di protesta, imitando in parte le melodie di due suoi brani, Desolazione Row e Chimes of freedom. Le parole sono scandite con veemenza e nel finale, “Minneapolis” è pronunciata arrotondando la voce, nel tipico modo della canzone folk. D'sltro canto, se si scrive una canzone di protesta non è possibile non fare riferimento a Bob Dylan, la persona che ha scritto le più pregnanti e belle canzoni di protesta. Bisogna ricordarlo.

Il brano punta l’indice sulle autorità che dicono pubblicamente menzogne, dando ricostruzioni dei fatti inventati per difendere gli agenti dell’Ice. Li chiama per nome: “re” Trump, Stephen Miller (consigliere di Trump e sostenitore della politica del muro al confine con il Messico e della separazione delle famiglie di migranti al confine), Kristi Noem (leader simbolo della destra populista americana). Indica l’anno in cui sono accaduti i fatti, “il ’26” a futura memoria come si faceva nelle antiche canzoni di protesta (1913 Massacre ad esempio): Insomma si esprime nella più autentica tradizione americana liberale, democratica, popolare.

“Poi abbiamo sentito gli spari e Alex Pretti giaceva morto nella neve/Ora sostengono che era di legittima difesa, signore/Non credete ai vostri occhi/È il nostro sangue e le nostre ossa/E questi fischietti e telefoni/Contro le sporche bugie di Miller e Noem/Oh nostra Minneapolis, sento la vostra voce". Conclude esprimendo solidarietà alla causa. "Prenderemo posizione per questa terra". Concludendo: "E per lo straniero in mezzo a noi/Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti/Per le strade di Minneapolis/Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti/Per le strade di Minneapolis."

 

Questa è l’empatia, la comunione, la solidarietà che sempre l’America migliore ha espresso: non dimenticare gli ultimi. Springsteen non canta “l’America” in astratto, non è una storia inventata, ma un punto preciso della mappa e della storia. Scrivere una topical song così diretta comporta dei rischi: può dividere il pubblico, può “invecchiare” rapidamente, può sembrare troppo legata al momento. Springsteen lo sa benissimo — e sceglie comunque di farlo. Questo rende la canzone un atto politico, non solo artistico. Nasce da un trauma collettivo ancora vivo rinuncia alla metafora per la testimonianza diretta, mette in gioco l’autorità morale di Springsteen stesso.

La canzone è dedicata non sono solo alle due vittime degli agenti, ma anche “ai nostri vicini di casa immigrati”. Si conclude con due parole esplicite: “Stay free”, restate liberi. 

 

 È significativo che ancora una volta sia la musica rock a esprimere le istanze più profonde e urgenti della società. Come disse una volta il cantautore americano Elliott Murphy, “il rock’n’roll è l’unica cosa onesta che sia rimasta”.









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