Here comes the story
of the Hurricane
Fine novembre 1975: la Columbia Records pubblica uno strano oggetto, un 45 giri con una canzone sola divisa in due parti. Per forza: Hurricane, questo è il titolo, dura più di otto minuti. Dedicata all’ex pugile Rubin Hurricane Carter, in carcere per omicidio, è il ritorno a sorpresa di Bob Dylan alla canzone di protesta. Di più: è un viscerale, incazzatissimo, feroce atto di accusa a tutto il sistema giudiziario americano. Sarà il brano di punta del disco Desire che uscirà il 5 gennaio 1976.
“Bob non era sicuro di riuscire a scrivere una canzone [su Hurricane]”, disse Jacques Levy co autore del brano e di quasi tutti quelli compresi nel disco. “Penso che il primo passo sia stato mettere la canzone in una modalità narrativa totale. Non ricordo di chi sia stata l’idea. Ma davvero, l’inizio della canzone è come delle indicazioni di scena, come quelle che si leggono in una sceneggiatura: ‘Scoppiano colpi di pistola in un bar… Ecco la storia di Hurricane.’ Boom! Titoli di testa. Sai, Bob ama i film, e può scrivere film che si svolgono in otto-dieci minuti, ma sembrano pieni o più completi dei film normali.”
È una canzone di indignazione, esplosa nelle nostre vite e nella cultura con una forza resa più urgente dall’uso da parte di Dylan di istruzioni teatrali per impostare la scena. Tutto si apre con i forti scoppi di colpi di pistola, che mettono la canzone in movimento perpetuo. La forza e il livore con cui Dylan la canta la rendono la performance vocale più affascinante della sua carriera, seconda solo a Like a Rolling Stone.
Il 17 giugno 1966, due uomini diedero vita a una sparatoria al Lafayette Bar and Grill a Patterson, New Jersey. Tre persone furono uccise. Due testimoni oculari identificarono i colpevoli come due uomini di colore, mentre un altro disse che se ne erano andati su un’auto bianca.
Rubin Carter e il suo amico John Artis furono fermati dalla polizia poco dopo, poiché corrispondevano alla descrizione di due uomini di colore su un’auto bianca. Secondo un articolo di Time Magazine, la polizia trovò nel veicolo un fucile a pompa calibro 12 e una pistola calibro .32. Anche se non furono identificati positivamente dai testimoni e non furono prese impronte sulla scena del crimine, la coppia fu arrestata alcuni mesi dopo.
Durante il loro processo, lo Stato presentò due testimoni che identificarono Carter e Artis. Questi uomini, Alfred Bello e Arthur Bradley, erano coinvolti in un furto nelle vicinanze. Nonostante Carter e Artis avessero un alibi, la testimonianza di Bello e Bradley, combinata con prove circostanziali, fu sufficiente per condannare Rubin Carter e John Artis a tre ergastoli.
Successivamente emerse che Bello e Bradley avevano ricevuto offerte di clemenza e denaro per accusare Carter e Artis, e che entrambi avevano mentito riguardo alla loro identificazione.
Nel 1974, Rubin Carter pubblicò la sua autobiografia, The 16th Round. Per promuovere il libro, inviò copie a diverse celebrità, tra cui Dylan. Il libro attirò la sua attenzione e visitò Carter mentre era incarcerato nella Rahway State Prison, nel New Jersey. La visita ispirò Dylan a scrivere una canzone di protesta su di lui.
Hurricane è narrata in uno stile cinematografico, poco comune nelle canzoni di protesta. Il risultato è una canzone da cui è difficile distogliere lo sguardo.
Dylan eseguì il brano in tutte le tappe del famoso Rolling Thunder Revue Tour del 1975. Questa esposizione aiutò a portare alla luce il caso di Carter alle masse. Celebrità come Muhammad Ali si unirono alla lotta per liberare Hurricane Carter dalla prigione.
Dylan fu criticato da alcuni per aver omesso aspetti del crimine, come il passato criminale di Carter (che era stato in prigione per gran parte della sua vita prima di dedicarsi alla boxe, pare però perché perseguitato da un poliziotto particolarmente razzista che ce l’aveva con lui), e fu messa in discussione la sua obiettività (che, naturalmente, è l’opposto dello scopo di una canzone di protesta).
La pressione del pubblico, combinata con il ritiro della testimonianza dei due testimoni oculari, garantì a Carter e Artis un nuovo processo. Sfortunatamente, Bello cambiò nuovamente la sua testimonianza e la coppia fu condannata di nuovo. Carter non fu libero da queste accuse di omicidio fino al 1988.
In totale trascorse 19 anni in prigione.
La canzone è veloce, arrabbiata e lunga (oltre otto minuti). Ha un ritmo incandescente, che ti trascina con sé in un magma ribollente. I testi sono pieni di dettagli di “crimini reali”, citazioni dirette di testimoni e polizia, e riflessioni generali sulle relazioni razziali in America. Ci sono parolacce (cosa che Dylan non ha mai fatto) e la parola con la “n”. Dylan è accompagnato da un violino furioso, quello di Scarlet Rivera, che rende il brano irresistibile. Come già ai tempi di The lonesome death of Hattie Carrol, Dylan fa nomi e cognomi di chi infanga la giustizia e i diritti umani.
Nel processo di scrittura di Hurricane, Dylan incontrò però problemi legali. Cercando di screditare ulteriormente Bello e Bradley, incluse una descrizione di loro mentre derubavano i corpi delle vittime, cosa che nessuno li aveva accusati di fare. Temendo una causa legale, gli avvocati della casa discografica lo costrinsero a riscrivere i testi e a registrare nuovamente la canzone. Un Dylan molto riluttante lo fece all’ultimo minuto, in una sola sessione a fine ottobre (la prima versione, più lenta e meno arrabbiata, era stata registrata il 30 luglio). La nuova versione era più lunga, più arrabbiata e più frenetica.
Gli avvocati non impedirono però una causa: la testimone Patty Valentine citò Dylan per diffamazione, accusandolo che la sua canzone implicava che lei avesse mentito durante la testimonianza, che fosse stata citata in modo errato e che il suo anonimato fosse stato violato. Nella sua dichiarazione, Dylan dichiarò che la canzone era “scritta per correggere un torto” e che la sua licenza poetica era per una buona causa. “Lo scopo”, disse, “era portare giustizia a un uomo che riteniamo fosse stato processato ingiustamente.” I suoi avvocati sostennero che Dylan aveva rappresentato Valentine “in modo accurato se non esatto.” Il caso fu archiviato, ma Dylan fu criticato dai critici (seri e non) per aver incluso una vasta gamma di dettagli falsi nella canzone, comprese citazioni della polizia completamente inventate. Ancora oggi ci sono siti web arrabbiati dedicati a criticare Dylan, analizzare la canzone parola per parola e confrontarla con i dettagli del caso. Il film del 1999 su Carter con Denzel Washington, che presentava la canzone “Hurricane” sia come musica che come fonte, ricevette la stessa reazione. I critici si lamentarono della rappresentazione sbilanciata di Carter, della sua carriera (non così gloriosa come mostrata) e del caso contro di lui (non una farsa così netta).
È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere completamente scagionato. I giudici della corte federale avevano riconosciuto che non aveva avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
E John Artis che fu anche lui condannato a tre ergastoli? Dopo essere stato rilasciato sulla parola nel 1981, nel 1987, si dichiarò colpevole di possesso e spaccio di cocaina, affermando di usarla per alleviare il dolore causato da un disturbo circolatorio. Un giudice lo condannò a sei anni di prigione, citando le condanne per omicidio del signor Artis, nonostante fossero state annullate. Uscì anche lui nel 1988.
Rubin Carter ha spesso definito Artis il suo "eroe" poiché aveva rifiutato in diverse occasioni l'offera di riduzione della pena detentiva se avesse accusato l’amico degli omicidi. I due rimasero amici intimi fino alla morte di Carter avvenuta nel 2014. Artis è morto nel 2021.
Hurricane rimane una delle migliori canzoni di Dylan, una interpretazione che non lascia prigionieri, facendo di lui il più grande story telling della storia moderna.





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