Un vento idiota e una dura pioggia



Quel piccolo poster, omaggio di Ciao 2001, avrebbe regnato per anni sul muro della mia camera. Il volto di un criminale, di un drogato. Uno sguardo impossibile da sostenere, che da qualunque angolo ti girassi continuava a inseguirti.

Foto in bianco e nero virata su un verde marcio. Occhi cerchiati di nero, scavati, inquisitori. Capelli lunghi, faccia cadaverica, bianca come quella di un tossico. Erano gli anni Settanta e il trucco glam andava di moda, ma quel Bob Dylan non era un clown. Era implacabile. La cocaina gli usciva dalle orbite. Quella foto era il mio confine, il muro che mi separava da mia madre - mio padre in camera mia non entrava mai - e dai miei fratelli.

Metà settembre, cinquant'anni fa. Le radio libere annunciano un nuovo disco di Bob Dylan, e sarà dal vivo. Passano in continuazione un pezzo del disco che uscirà il 10 settembre in Italia. Io non capisco che canzone sia, per qualche ragione mi sembra Chimes of Freedom. È un pezzo violentissimo, chitarre elettriche sparate con inaudita violenza e Dylan che sputa i versi senza respiro.

Le telefonate con il mio amico si susseguono: esce un nuovo disco di Dylan!



Erano passati poco più di sette mesi dal precedente, Desire, che avevo comprato solo a giugno. Pazzesco. Due dischi di Dylan in un anno. Una manna. Non sarebbe mai più successo - era accaduto solo nel 1965 e nel 1970.

Quando il disco arriva sul mio stereo, si spalanca un mondo. Conoscevo ancora poco di Dylan, non potevo avere tutti i suoi dischi. Nove canzoni soltanto. La copertina e il retro: una foto sgranata di Dylan di spalle, su un palco, davanti a migliaia di persone, ripresa da un televisore. Tutta la confezione era dimessa, quasi usa e getta, volutamente sciatta. Come a dire: eccolo qua, prendetevelo se lo volete, a me non interessa. Sarebbero stati così, di lì a poco, i dischi del punk in arrivo: custodie povere, arrangiate alla meglio, l'opposto del lusso artistico e curato che andava di moda allora. Anche il titolo era un mistero: Hard Rain. Ma dov'è la canzone omonima? Chissenefrega.

Ascoltarlo fu un annuncio di ciò che sarebbe diventata la normalità: Dylan dal vivo travolgeva e riscriveva le sue canzoni. Lo avrei capito negli anni. Erano versioni brutali e disperate. Ognuna uno shock.

Lay, Lady, Lay: eravamo abituati alla versione originale, country, sdolcinata, quasi smielata. Qui la fa a pezzi con un assalto sonoro di inaudita violenza e con note lunghe, lunghissime, un urlo erotico che sbatte la donna sul letto senza pietà. Eppure, in mezzo al caos, una steel guitar lamentosa cerca di farsi largo.

Tutto il disco ha questo approccio: una banda di disperati, di cocainomani, ognuno dei quali cerca senza riuscirci di imporsi sull'altro. Solo la voce di Dylan troneggia. La voce più bella, più ricca di sfumature, di tutta la sua carriera.



Critica e pubblico lo stroncarono all'unisono. Dicevano che la prima parte della Rolling Thunder Revue, ottobre e novembre 1975, era stata "gioiosa ed elettrificante nelle sue performance", mentre questa seconda parte "era semplicemente a corto di energia", come scrisse Janet Maslin su Rolling Stone. Robert Christgau liquidò la Revue di quel momento come "folkies la cui idea di rock and roll è fatta di cliché".

Era vero solo in parte. Anche nel '75 c'erano state performance devastanti, come Isis. Ma la poesia gitana del '75 era svanita. Se la Rolling Thunder del '75 era il carnevale, quella del '76 documentata in Hard Rain è il giorno dopo il carnevale: trucco colato dalla pioggia, voce rotta, una band che suona come se fosse l'ultima volta. Dylan non vuole più essere il profeta dalla maschera bianca. È un uomo arrabbiato sotto un temporale in Colorado.

Tutto è spinto al limite: le chitarre di Mick Ronson taglienti, quasi punk prima del punk, la batteria pesantissima, Dylan che urla invece di cantare. Il missaggio di Don Meehan è grezzo, volutamente live, senza sovraincisioni. T-Bone Burnett avrebbe detto che fu un tour punk prima del punk.

Unica eccezione, la delicata e amara poesia di You're a Big Girl Now, di una compattezza sonora straordinaria, sorretta dal violino di Scarlet Rivera, da un pianoforte jazz meraviglioso e da quella voce - quella voce - che si ripiega su se stessa e declama note sublimi.

Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again, scritta sotto gli effetti della droga e mai eseguita prima dal vivo, è una versione allucinata, drogata, velocissima.

Maggie's Farm non è più la protesta folk del '65. È un hard rock rabbioso, un inno di disprezzo.

Shelter from the Storm è l'urlo di un naufrago. Dylan, per la prima e unica volta, suona una slide guitar, una chitarra speciale a forma dello stato del Texas. Il violino di Scarlet Rivera è una lama.

One Too Many Mornings è maestosa. Dylan la avvolge in un senso melodico meraviglioso, e anche qui Scarlet Rivera regala note preziosissime.

Idiot Wind è il capolavoro del disco e la più grande performance di Dylan di sempre. La versione in studio era già velenosa, qui sono dieci minuti di pura invettiva apocalittica. È Dylan che si auto-processa.

Il retroscena: il brano è registrato a Fort Collins, allo Hughes Stadium, il 23 maggio. Il giorno dopo Dylan avrebbe compiuto 35 anni. Per l'occasione arriva, inaspettata, la moglie Sara con i figli - li si vede correre sul palco nel documentario della NBC. La leggenda vuole che lì abbia trovato il marito con un'altra donna. L'ultima goccia di un matrimonio che da quasi un anno stava andando in pezzi. Dylan rovescia in quella performance tutta la rabbia, tutto il dolore. I suoi occhi roteanti lanciano saette infuocate.




Dal concerto del Tarrant County Convention Center di Fort Worth, Texas, del 16 maggio arrivano invece I Threw It All Away, Stuck Inside of Mobile with the Memphis Blues Again, Oh, Sister e Lay, Lady, Lay.

A ottobre, un'altra notizia travolgente: la Rai manderà in onda il film del concerto del 23 maggio, il penultimo del tour. Lo shock è devastante per chi, come me, non aveva mai visto un concerto di Bob Dylan. A scuola tutti mi prendevano in giro per la mia mania dylaniata. "Ascolta i Genesis", mi dicevano.

In religioso silenzio, guardo tutto ovviamente in bianco e nero. Il filmato comincia con un tendone che si apre su Dylan e la band che stanno già suonando le note lente e malinconiche di Hard Rain. Sono vestiti come gli ultimi fricchettoni del pianeta: bandane da beduini in testa, lui in jeans, stivali e giacca di pelle nera, l'ultimo eroe del rock'n'roll, camicia aperta con una evidente stella di Davide al collo, lunghi riccioli sulla fronte. Sembra Gesù Cristo.

L'atmosfera è gioiosa, i musicisti si divertono. Niente di quello che si era letto.

Poi i duetti con Joan Baez, tra cui la versione definitiva di Blowin' in the Wind e una strepitosa Deportee di Woody Guthrie. E tanti altri pezzi che non sono sul disco: I Pity the Poor Immigrant, Mozambique, Knockin' on Heaven's Door. Il concerto era stato molto più lungo, 27 brani - tra cui Mr. Tambourine Man, I Want You, Tangled Up in Blue, Going, Going, Gone - ma la NBC confezionò un prodotto di un'ora soltanto, 11 brani. Andava bene lo stesso. Non sarebbe mai stato pubblicato né in VHS né in DVD, nella migliore tradizione dylaniana di privare il suo pubblico delle sue cose più belle.

Il giorno dopo, a scuola, tutti mi danno pacche sulle spalle: "Avevi ragione, Dylan è un grande".



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